Si, sono una pessima persona. Oggi avrei dovuto pubblicare il recap
del gruppo di lettura, ma ancora una volta sono rimasta indietro: pensavo di
avere un po’ di tempo in più per leggere, ma ieri, dopo il turno, ho deciso di
andare a vedere una partita di pallacanestro per passare un po’ di tempo con le
mie compagne di squadra e poi sono dovuta andare fuori a cena. Stamattina invece
(oggi è il mio giorno di riposo) ho dovuto sbrigare alcune commissioni per il
lavoro e ho anche portato la mia moto dal meccanico. Verso le quattro dovrei
andarla a ritirare: quindi potete vedere come tutto il mio tempo programmato
per leggere Anna Karenina sia stato speso per fare altro.
Oggi, su richiesta di Francy che mi segue ormai da un po’, ho deciso
di scrivere un post riguardo alla mia esperienza scolastica. Cara Francy,
questo post è tutto per te e spero di non confonderti ancora di più le idee, se
comunque avrai qualche domanda la mia mail ce l’hai.
Allora. Diciamo che sono sempre stata molto sicura riguardo a quello
che avrei voluto fare da grande. Tranne alle elementari, ogni anno cambiavo:
prima volevo essere la cavallerizza del circo, poi la segretaria della banca (adoravo
scrivere a computer), poi la scienziata e infine il medico. L’idea di studiare
medicina mi ha accompagnata per tutto l’arco dei miei studi obbligatori ed ero
anche abbastanza sicura e decisa. Poi però, arrivata in quinta, ho constatato
che non mi interessava solo la medicina: adoravo anche la filosofia, mi sarebbe
piaciuto molto approfondire e studiare i pensieri e le correnti filosofiche;
allo stesso tempo però mi piacevano da morire le materie scientifiche, come
matematica e fisica. Infatti avevo partecipato all’open day di ingegneria
fisica al Politecnico di Milano: questa idea venne scartata immediatamente dal
mio professore di Fisica che “no, se vuoi fare le cose fatte bene allora studia
Fisica pura”. Quindi i pesi della bilancia del mio futuro erano Fisica e
Medicina.
Fisica era un porto sicuro, Medicina invece era la variabile di
incertezza, non sapevo come sarebbe andato il test anche per il fatto che non
avevo avuto molto tempo per prepararlo, ma comunque ho deciso di rischiare e
provarci lo stesso.
Ad agosto visito il sito dell’Università di Brescia (non chiedetemi perché
ho deciso di andare li, non lo so nemmeno io!) e vedo che oltre al test di
medicina si tenevano anche i test di altri corsi, quindi ho deciso di
iscrivermi anche a quello di Infermieristica (scelto puramente per l’enorme
quantità di posti che offriva che per me significavano una possibilità in più
di non buttare un anno al vento) e anche a Biotecnologie che aveva molti esami
uguali a medicina.
Alla fine, come ormai saprete, vengo ammessa ad Infermieristica. E mi
iscrivo solo con l’intento di ritentare poi il test di medicina l’anno
successivo, cosa che effettivamente ho fatto, ma con il senno di poi credo che
avrei potuto evitare di rifarlo di nuovo e risparmiare 50 euro.
Comunque sia, a ottobre 2011 inizio a frequentare le lezioni: mi
piacevano, si, ma erano anche argomenti molto generali e, permettetemi, anche
abbastanza noiosi, quindi non è che mi entusiasmava molto.
Ad aprile invece, dopo aver già dato qualche esame, veniamo
catapultati direttamente sul campo di battaglia, l’ospedale. Alla paura
iniziale si sostituisce l’entusiasmo del novellino, quel pivello che non sa
nulla in confronto a tutti i dipendenti del reparto ma che comunque si sente
realizzato perché a 20 anni è l’unico, tra la sua schiera di amici, che può
vantare di aver preso parte ad interventi chirurgici di grande importanza e a
scene di emergenza ad alto tasso adrenalinico.. ok.. la realtà non è proprio
così: il mio primo reparto è stato la Chirurgia e non ho visto nulla di
splatter o sanguinolento a parte qualche medicazione un po’ schifosa e un
bruttissimo tumore cutaneo. Ho visto per la prima volta, un’emergenza, anche se
ripensandoci ora, quell’intervento è stato solo accanimento terapeutico:
tentare di rianimare una donna anziana effettuando 45 minuti di massaggio
cardiaco è da pazzi. Però ti sentivi grande quando dicevi a tutti i tuoi amici
che avevi visto intervenire la squadra di rianimazione, che avevano usato il
defibrillatore, ma che poi però ti è toccato aiutare a pulire la salma e
prepararla per essere vista dai parenti. Ecco, diciamo che alla parte bella ed
interessante di questo lavoro si accompagna sempre una certa nota di disagio
quando ti ritrovi di fronte un corpo esanime. Però avevo abbastanza fegato da
sopportare tutto ciò (e senza fare una piega.. diciamo che i morti non mi fanno
alcun effetto).
Quindi ero davvero contenta della scelta che avevo fatto.
Il problema arriva d’estate. Vecchie amicizie che credevi perdute si
rifanno vive e tu decidi di dargli una seconda possibilità (la decisione
migliore che io abbia mai presto): vecchi migliori amici del liceo che
frequentano ingegneria e tu immancabilmente ti ritrovi a pensare a quanto
sarebbe stato bello poter tornare a lezione con loro, o quanto meno affrontare
insieme il viaggio in treno. Avevo pensato davvero di abbandonare la mia strada
per percorrerne un’altra di nuovo con loro, ma la paura di affrontare i miei
genitori era talmente grande che ho deciso di lasciar correre e di continuare
il mio viaggio da sola.
Tuttavia non ero felice: si mi piaceva da morire fare l’infermiera, però
tante volte pensavo a quanto sarebbe stato bello studiare fisica a Milano e
sentirmi finalmente una persona intelligente. Si, dovete sapere che i miei
genitori hanno sempre creduto che fare l’infermiera non richiedesse alcun tipo
di preparazione, che fossimo negli ospedali solo per pulire i vari orifizi
delle persone e per fare i camerieri. Nessuno teneva in conto l’importanza che
abbiamo nel piano di cura delle persone: forse prima la nostra opinione non era
tanto tenuta in considerazione e venivamo visti solo come assistenti dei
medici. Ora non è più così (anche se alcune realtà sono ancora restie a questo
cambiamento): ora i medici, soprattutto se giovani, chiedono consigli su come
impostare una terapia, su come affrontare una data situazione e su quali siano
i mezzi migliori per eseguire determinate procedure. Si perché c’è un motivo se
il nostro corso di laurea magistrale si chiama Scienze Infermieristiche: perché
anche la nostra conoscenza non smetterà mai di ampliarsi, perché anche nel
nostro campo è richiesta una sana dose di ricerca e di sperimentazione per
migliorare sempre più l’assistenza.
Diciamo che i miei hanno rivalutato la professione quando ho iniziato
a scrivere la tesi: hanno visto quanto impegno ci ho messo e quanto tempo ci ho
dedicato (l’argomento era l’educazione del caregiver di paziente portatore di
tracheostomia, come eseguire la medicazione dello stoma e l’aspirazione
tracheale al domicilio), chiedendo aiuto anche al mio amico P. che ha
riprodotto su carta le mie idee molto, molto confuse su come dovesse essere l’opuscolo
informativo che andavo ad allegare alla tesi.
Il percorso che ho fatto è stato sorprendente sotto tutti i punti di
vista: al secondo anno inizi a capire che l’infermiere non è solo un lavatore
di culi professionista, ma che fa ben altro. Al terzo invece capisci che
dedicare del tempo alla ricerca è importante, ed è altrettanto importante
cercare di cambiare in meglio la pratica rimuovendo quei comportamenti che a
lungo andare si dimostrano nocivi per i pazienti. Un esempio pratico: per
scrivere la mia tesi ho letto tantissimi articoli in inglese riguardanti le
norme da rispettare durante le procedure di medicazione dello stoma e di
aspirazione tracheale. Non sapete però come queste due tecniche siano state
stuprate dalla maggior parte dei professionisti che, un po’ per pigrizia e un
po’ perché con poche conoscenze in materia, si cimentavano in eroiche imprese
molto, molto dannose per il paziente (semplicemente, per aspirare dalla
tracheostomia si richiede la sterilità quando si è in ambiente ospedaliero.. e
allora perché la maggior parte degli infermieri non utilizza i guanti sterili
e/o non getta il sondino di aspirazione una volta che ha finito?).
Un’altra cosa che si apprende durante i tirocini non sono solo le
tecniche che poi ti verranno chieste agli esami pratici, ma anche cosa NON
bisogna fare per essere dei bravi infermieri e dei bravi tutor. Questo l’ho
imparato a mie spese con il mio assistente di tirocinio della Rianimazione, che
mi ha fatto passare un mese di inferno, facendomi addirittura credere di non
essere tagliata per questo lavoro. Per fortuna poi le infermiere della sala
operatoria, dove ho frequentato l’ultimo mese, mi hanno fatto ritornare l’autostima
e la voglia di migliorare.
Ora, dopo due mesi di relax prima e noia poi, ho finalmente ripreso in
mano la mia vita e ho iniziato a lavorare: all’inizio ero un po’ spaventata perché
non credevo di riuscire a gestire un reparto completamente da sola, senza il
supporto di un infermiere esperto. Poi però, grazie anche ad una grande donna,
una grande dottoressa e spero, tra qualche anno, una futura grande responsabile
di struttura, che mi ha assicurato il suo aiuto, dicendomi che “la mia porta è
sempre aperta se hai bisogno di una mano”, che ha detto a tutti quelli che
lavorano in hospice di starmi vicini i primi giorni, ho deciso di buttarmi in
questa nuova avventura e diventare finalmente quell’infermiera esperta
responsabile del reparto per quelle otto ore di turno (che sono sempre troppo
poche quando lavori accanto a persone brave ed intelligenti).
Questa è la mia seconda settimana di lavoro e sono felicissima: sono
convinta che questa sia la migliore strada che potessi intraprendere. Ad
ottobre voglio iscrivermi ad un master: vorrei fare Emergenza territoriale, ma
non escludo di cambiare idea strada facendo e seguire le orme della mia
dottoressa e studiare Cure Palliative. Voglio diventare insegnante e
trasmettere tutto quello che ho imparato sia durante i tre anni di
interminabili ore di lezioni teoriche, sia durante i tirocini (non sembra, ma
se uno li sa sfruttare come si deve, sono molto più utili di una lezione sui
banchi di scuola). Vorrei far capire alle persone che fare gli infermieri non
vuol dire solo fare le cure igieniche al mattino o dispensare le medicine agli
orari stabiliti, ma anche offrire sostegno ad una madre che sta per perdere il
suo primogenito, vuole anche dire sapere cosa fare in momenti di emergenza,
mettere da parte le proprie paure e affrontare la situazione con il sangue
freddo perché è su di te che contano i pazienti. Vuol dire stare in silenzio
quando le parole sono superflue. Vuol dire convincere una moglie a rivelare la
prognosi infausta al marito, così che possa godersi fino in fondo gli ultimi
istanti della sua vita. Ora non c’è più la gerarchia che albergava prima in
tutte le strutture: il medico è il capo, mentre l’infermiere è il suo braccio
destro. No, ora ognuno ha la possibilità di coordinare l’altro, ma non perché uno
sia più importante dell’altro, ma semplicemente perché i ruoli sono diversi. Giusto
ieri mi è capitato di spiegare ad una dottoressa come si preparano le pompe
elastomeriche perché lei non le aveva mai viste. È così che dovrebbe essere: il
medico si rivolge all’infermiere quando la situazione che gli si presenta di
fronte esula dalle sue conoscenze, e la stessa cosa deve fare l’infermiere.
Ed è così che sarebbe dovuto essere fin dal principio, ci saremmo così
evitati l’oscena reputazione che abbiamo ora: ogni volta inorridisco quando,
digitando infermiera su google, vedo apparire come primo link le immagini di
costumi carnevaleschi decisamente succinti e poco veritieri.
Dopo questo sproloquio lungo 1927 parole, anche se ce ne sarebbero
ancora da dire a riguardo, vi saluto! Spero, Francy di aver risposto alle tue
domande. Comunque sia, qualora tu abbia qualcosa da chiedermi, sai dove
trovarmi!
Con affetto,
C.